IOSONOPIPO?

Ieri, 24 gennaio 2017, si è tenuta l’inaugurazione della mostra di Giuseppe Palmisano, in arte iosonopipo, alla Santeria Social Club di Milano, dove abbiamo fatto qualche chiacchiera con Giuseppe.
Abbiamo deciso di presentarci senza prima aver fatto un giro all’interno dell’esposizione e lui, artisticamente infastidito, ci ha esortati a vedere la mostra prima di porre eventuali domande. Noi, infastiditi e basta, ci siamo decisi ad entrare, erroneamente convinti che entrando avremmo visto le sue fotografie stampate, ma che già conosciamo.

La mostra, o meglio, il vernissage, non era strutturato come tutti si aspettavano, nel solito format fatto speech/visita/domande/birra e/o vino. All’ingresso siamo stati invitati a scaricare un’applicazione che permettesse di leggere il QR code posto “sull’assaggio” di ciascuna opera. Diversamente non avremmo visto molto. A questo punto, incuriositi, siamo entrati in una stanza buia, con un ingresso arricchito di piante che ti accarezzavano e riuscivano a rendere l’atmosfera familiare e non asettica.
Sorpresa: le fotografie ieri non si potevano vedere, sul vetro erano stati applicati degli adesivi che le coprivano. Su questo foglietto c’era un QR Code che, una volta scansionato, rimandava a pagine di quotidiani, servizi televisivi, spezzoni di film, quadri, altre fotografie, ecc. Una scansione per ogni foto.

Tornati alla luce, seppur tenue, della sala bar, incontriamo nuovamente Giuseppe il quale ci spiega che tutti i link che abbiamo visto sono stati scelti da trentasei persone di passaggio durante i giorni di allestimento della mostra. Si tratta di rimandi puramente soggettivi, con l’intento di esplicitare un passaggio di cui magari parliamo poco perfino con il nostro compagno fidato di visita. Adesso Giuseppe ci accarezza con le sue parole, aveva ragione, avremmo dovuto vederla prima, questa non-mostra. Ci spiega che il vernissage di Milano è il secondo che ha realizzato, dopo il primo a Civita Castellana. Questo ciclo si chiama 36×27: “36×27=972. Questa è la formula. 36 pose sono il modulo ormai storicizzato del rullino fotografico, così come lo volle la buon’anima di Kodak. 27 sono, come ho detto, i miei anni. Il risultato di questa operazione genera un numero che allo stesso tempo sarà il totale delle immagini che intendo stampare e mettere vendita e, grazie alla mediazione di una virgola, il prezzo di ogni singola immagine.” 27 è anche il numero di mostre che vorrebbe realizzare, ma non si vergogna nel sentenziare “se mai ce la dovessi fare, chissà”.

Giuseppe si apre, non è un artista ingenuo e neanche spavaldo. Racconta di essere pigro e con poca memoria. Ci dice subito che di fotografia non vuole parlare, racconta piuttosto di quel mondo saturo di immagini e scene di cui lui si innamora istintivamente, che entrano a far parte del suo essere, della sua persona, e dunque anche della sua arte. Non studia, non ha mai studiato, in senso accademico, è molto più istintivo e si lascia guidare dall’ispirazione del momento. La sua vita e il suo percorso artistico sono frutto dell’incontro tra il suo modo di comunicare ed il pubblico che lo recepisce, non lascia mai spazio a premeditazioni e sviluppi consci, studiati. Il libro che ha pubblicato, Oltrepensare, è nato da una domanda rivolta proprio al suo pubblico, con il quale ha a che fare quotidianamente; interrogarlo, e forse interrogarsi, è certamente un fattore determinante della sua crescita.

Non avendo un percorso classico, proviamo a capire perchè ha deciso di prendere in mano la macchina fotografica: “Nel 2009, quando ho iniziato, ho comprato la mia prima macchina fotografica perchè avevo la necessità di realizzare qualcosa che sentivo dentro. Se avessi comprato dei pennelli, oggi vi trovereste ad una mostra pittorica e non fotografica”.

Ma il titolo dell’articolo non è casuale, abbiamo inserito un punto di domanda, non sappiamo se da oggi Giuseppe sarà e produrrà quello che abbiamo visto fino ad oggi. Ci da’ qualche anticipazione sui prossimi passi.
Da oggi le sue fotografie non saranno più con una, due o quattro ragazze. Ci parla di “duecento, cinquecento se dovessero arrivare”. Non ha ancora deciso una location e non ha ancora iniziato l’opera, che ha definito in maniera ironica di crowdfunding umano.
Seguitelo e scrivetegli se avete voglia di aiutarlo in questa prossima esperienza (detesta la parola progetto), “se avete domande o proposte scrivetemi su facebook, per mail, io rispondo sempre appena posso, è il mio lavoro ragazzi!”.
All’interno degli spazi della mostra da oggi, 25 gennaio, le lampadine sono accese, non servono più i QR code. Per una settimana potrete vedere, e comprare se vi va, le sue opere.

Nicolò Piuzzi, Susanna Causarano.

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